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Un approfondimento sulla questione Siria

di Marco Sarra -

Parlare della guerra in Siria non è certamente facile, troppe multitudini civili e religiose suddividono il Paese ed ognuna tende a prevalere sull'altra per diverse questioni politiche, religiose e legate al mondo arabo.
Tentiamo di affrontare la questione sitriana cercando di mantenerci neutrali, cercheremo solo di trattare il problema guerra senza sbilanciamenti di sorta, anche perchè la complessità ha origini nella primavera araba troppo sottostimata dai Governi europei e mondiali in primis dall'America stessa.
Le rivoluzioni che stanno infiammando le ribellioni nel mondo arabo rappresentano uno degli avvenimenti internazionali più dirompenti degli ultimi anni, non solo per l’area geografica del Mediterraneo e del Vicino Oriente ma per l’intero sistema geopolitico internazionale. Non riusciamo ancora a comprendere in toto quale sarà il destino della maggior parte dei Paesi della cosiddetta ‘primavera araba’, ma è comunque evidente che stiamo assistendo a un cambiamento epocale in una delle regioni più complesse del sistema globale, dalle cui sorti dipenderanno numerose questioni di ordine politico, economico e di sicurezza, per gli attori del nord e del sud del mondo, ma particolarmente per gli stessi Paesi coinvolti e per la riformulazione dei nuovi equilibri di tutta l’area mediorientale.
In questo momento il mondo arabo e le sue popolazioni, cambiano quella considerazione di immutabilità ed immobilismo, si sono destati da quel torpore apparente e rivolgono il proprio sguardo sul mondo con un'ottica diversa, rivendicano la propria unicità di pensiero e di azione ponendo, sia alla comunità internazionale, che ai Paesi del Mediterraneo nuove sfide, non soltanto legate ai flussi immigratori, agli approvviggionamenti energetici e al terrorismo internazionale, ma si deve tener conto di un'area nella sua complessità che vive molteplici tensioni. Tensioni legate a processi di cambiamento in ottica di democratizzazione, al nuovo status assunto dall'Islam politico nelle istituzioni, ai processi demografici in atto, alla natura autoritaria di molti attori per anni al potere e alla sfida circa il superamento o meno di questo modello nei nuovi ordini istituzionali che vanno sostituendosi a quelli vecchi.
La primavera araba, in altre parole, non è uguale per tutti e ogni ‘protagonista’ presenta caratteristiche che non sono interamente assimilabili a quelle degli altri Paesi che, pur condividendo parte del patrimonio politico e culturale ed essendo geograficamente vicini, hanno conosciuto un percorso storico diverso e di conseguenza necessitano di un approccio differente.
La difficoltà nell’interpretare e nel capire le rivolte che hanno attraversato molti Paesi del Vicino Oriente e del Nord Africa nasce dunque dall’aver ignorato per lungo tempo queste realtà che ci pongono dinanzi a scenari politici complessi e diversificati, troppo spesso letti con la lente occidentale del generico mondo arabo-islamico, dimenticandone le peculiarità sociali, ideologiche, economiche e culturali e cadendo nell’errore di credere che le cosiddette ‘rivolte a effetto domino’ presuppongano necessariamente le stesse cause, gli stessi contesti e soprattutto le stesse conseguenze. È in questo senso che possiamo riferirci a questo fenomeno anche con l’espressione ‘primavere arabe’, declinata al plurale.
Questa premessa è fondamentale per provare a capire quali e quante differenze vi siano nei paesi del Medio Oriente come la Libia post Gheddafi o i drammi della Siria attuale di Bashar al-Assad, ma anche dei tanti giovani che inneggiano alla libertà e per questa hanno deciso finanche di morire entrando a far parte anche di gruppi terroristici come Isis.
Torniamo indietro a quattro anni fa, quando i ribelli islamisti, nemici del presidente siriano Bashar al-Assad, penetravano per la prima volta ad Aleppo, in città si combattevano, da un lato, gli avversari armati di Assad, divisi in una miriade di gruppi raramente coordinati, e dall'altro i soldati dell’esercito del regime. Cinque anni più tardi, ad Aleppo e nel resto del nord della Siria, i conflitti si sono sovrapposti e i belligeranti si sono moltiplicati.
Nel frattempo all’esercito siriano si sono uniti i soldati del partito armato libanese Hezbollah e dei volontari sciiti iraniani, iracheni e afghani. Nello spazio aereo sovrastante la Siria volano gli aerei e gli elicotteri russi che bombardano le postazioni dei ribelli colpendo nel loro incedere, a volte, anche gli ospedali, i mercati e le scuole. Di certezze in questa guerra ce ne sono poche ma l’alleanza e il sostegno dei Russi all’antico alleato siriano dai tempi della guerra fredda non è mai stata in discussione. Le uniche basi navali russe sul Mediterraneo si trovano a Latakia, sulla costa settentrionale del paese e ci sono rimaste anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Allora il mondo era diviso in blocchi contrapposti e la Siria aveva scelto il campo socialista.
All'interno della Siria vi sono poi diverse etnie che si contrappongono e vorrebbero prevalere gli uni sugli altri, questo porta ancor di più una forte destabilizzazione del Paese; i sunniti costituiscono da sempre la maggioranza dei musulmani. Il loro nome deriva da Sunna, la tradizione dei detti di Maometto a cui si ispirano insieme al Corano. Affermano la legittimità dei primi califfi, successori e compagni di Maometto, e quindi delle successive dinastie che governarono l’Impero musulmano.
La maggior parte dei musulmani sono sunniti, rappresentano circa l’80% del totale e accettano solo detti riferiti esclusivamente dal Profeta e non dei suoi discendenti.
Non c’è un vero e proprio clero, chiunque, preparato islamicamente, può essere un imam, cioè colui che guida la preghiera, il culto, è sufficiente essere benestante, o anziano, o avere un ruolo di visibilità e responsabilità in gruppi, associazioni, comunità, o nella società, per ottenere tale titolo onorifico, in segno di rispetto o deferenza; testi sacri, religione e politica vengono rappresentati solo dal Corano e gli ahadith, secondo i sunniti stato e religione non sono separabili.
Nell’elaborazione delle leggi del diritto islamico i sunniti praticano il taqlid, inteso come accettazione, imitazione, emulazione. Pilastri del culto e professione di fede per i sunniti sono 5 punti cardine: a) la testimonianza di fede, al-shahada; b) la preghiera rituale, al-salah; c) l’elemosina canonica, al-zakah; d) il digiuno durante il mese di Ramadan, sawm o siyam; e) il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita. Per la Professione di fede si ripete la formula: «Testimonio che non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è il suo Profeta». Questa frase è ripetuta anche durante il richiamo alla preghiera, l’adhan.
Altro gruppo fondamentale in Siria sono gli sciiti sostengono che il legittimo successore di Maometto fosse ‘Ali, suo genero. Il loro nome viene infatti da Shi‘at ‘Ali, che vuol dire «Partito di ‘Ali». Politica e religione si saldano in tale rivendicazione, perché secondo gli sciiti Dio non poteva lasciare la comunità musulmana senza una guida religiosa.
Si contrappongono ai sunniti, sostenedo a differenza di questi, l’illeggitimità dei Califfi e delle dinastie sunnite, affermando che eredi di Maometto sono gli Imam, guide spirituali, e allo stesso tempo discendenti e successori di ‘Ali. Sull’identificazione di questi Imam, gli stessi sciiti però si divisero ben presto in sette diverse. Lo sciismo oggi più diffuso nel mondo islamico è quello cosiddetto Imamita, o duodecimano, perché identifica una successione di dodici imam.
In tutto questo quadro religioso ma anche fonte di ispirazione politica il ruolo delle donne e quello degli uomini, sia nelle società sciite sia in quelle sunnite, differisce in molti aspetti e dipende da stato a stato. Alcuni studiosi prevedono lo jihad al-Nikah (un matrimonio temporaneo per il jiha), tale pratica legittima la partecipazione femminile al jihad attraverso il proprio corpo offerto agli jihadisti impegnati nelle guerre contro i nemici. In realtà, a fronte di qualche decina di ragazze che si offrono volontarie perchè fortemente credenti nell'aldilà maomettiano e sperando nella ricompensa del paradiso, tale pratica è usata per legittimare decine di migliaia di stupri commessi ai danni di bambine e ragazzine siriane sia in Siria che nei vari campi profughi.
L’uso del velo per le donne musulmane è obbligatorio sia nel mondo sunnita sia nel mondo sciita, in base ai versetti di due sure del Corano (XXXIII, 59 e XXIV, 31). I sunniti celebrano solo due feste: Eid al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno, Ramadan, e la Eid al-Adha, festa del sacrificio, alla fine del pellegrinaggio (hajj) alla Mecca. Per i cibi e le bevande: è vietata la carne di maiale, così come il consumo di alcolici. Questo quadro è fortemente destabilizzato e destabilizzante nell'Occidente cristiano e laico e porta a divisioni profonde fra le varie forme di vita e di pensiero che minano se non impediscono qualsiasi forma di integrazione, ecco perchè sarebbe sostenibile una forma meno invasiva di pensiero nel momento in cui ci si appresta a vivere nei paesi occidentali.
Ma torniamo alla Siria, Qual è l’origine dei loro contrasti? È di natura politica, e risale al primo periodo della storia dell’islam. Benché dal punto di vista rituale lo sciismo imamita non presenti grandi divergenze rispetto al sunnismo, esso si differenzia per la diversa concezione della succesione di Maometto. La visione sciita ispirò contrasti e anche feroci rivolte nei primi secoli dell’islam. Nel corso dei secoli gli sciiti sono stati una minoranza perseguitata, quando non confinata in aree impervie.
La guerra in Siria va avanti da oltre cinque anni e finora ha provocato circa 300mila morti e 11 milioni di sfollati. Nessun analista ritiene che la guerra terminerà in breve tempo; tra le altre cose, la situazione è bloccata a causa delle divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: per esempio la Russia appoggia il regime del presidente Bashar al-Assad che per quanto disdicevole è forse l'unica forma di controllo vero e proprio vista la scarsità di informazioni dovuta al fattore occidentale di non aver mai cercato di capire ed interessarsi a fondo sia al pensiero che alle reazioni del mondo arabo e per questo non certo controllabile, mentre gli Stati Uniti appoggiano i ribelli moderati che lo combattono.
Altra componente fondamentale è l'Isis di cui l'Europa e l'Occidente si sono accorti con colpevole ritardo, ora dopo l'errore fatto con Gheddafi che di fatto era il solo a poter gestire, anche a fronte di una conoscenza profonda della realtà araba, la politica di stabilizzazione medio orientale ma che dopo la sua morte ha visto precipitare ogni forma di stabilità e contatti fra i vari Stati, la mia personale inclinazione di pensiero sarebbe quella di non ripetere lo stesso errore in Siria con Bashar al-Assad.
L’espansione dell’ISIS in ampie zone di territorio di Iraq e Siria si è verificata a partire dall’estate del 2014. I miliziani dell’ISIS hanno compiuto diversi massacri soprattutto contro alcune minoranze etniche (per esempio gli yazidi) hanno distrutto importanti reperti e siti archeologici e hanno schiavizzato migliaia di donne. Poco più di due anni fa una coalizione guidata dagli Stati Uniti ha cominciato a bombardare le postazioni dell’ISIS in Iraq e in Siria, con risultati non decisivi: l’ISIS ha dovuto abbandonare alcuni territori, come la città curda di Kobane vicino al confine con la Turchia, ma nel complesso non si è indebolito, come riporta in suo articolo anche il Washington Post. Negli ultimi mesi alcuni gruppi affiliati all’ISIS o terroristi ispirati all’ideologia del gruppo hanno compiuto attentati in Medio Oriente, Nord Africa, Europa e Australia.
Riporto a sostegno di questa forma di pensiero le parole di Staffan de Mistura: "Non ripetere in Siria gli errori commessi in Libia. E' questo il parere di Staffan de Mistura, diplomatico italiano attualmente a capo della delegazione ONU in Siria. Lo Stato Islamico e' come un'Ebola politica, che approfitta della debolezza di un corpo, della fragilità di una Nazione. Se si fosse affrontato il problema della crisi nello Stato mediorientale due o tre anni fa in maniera più proattiva non saremmo arrivati dove siamo adesso. Questa è una lezione per la Libia”. ha affermato de Mistura
all'agenzia italiana ANSA, ricordando il vuoto seguito alla caduta del regime del colonnello Gheddafi.
Lo scorso 10 settembre le due superpotenze mondiali Russia ed America, tramite i loro rappresentanti istituzionali, il segretario di Stato americano John Kerry ed il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, si sono sedute ad un tavolo di concertazione per definire un accordo di sospensione dei bombardamenti al fine di far arrivare aiuti umanitari alla popolazione siriana stremata dalle continue guerre.
Al termine di una maratona negoziale durata 12 ore, Stati Uniti e Russia hanno annunciato l’accordo per una “cessazione delle ostilità” in Siria. In base all’intesa raggiunta a Ginevra tra il segretario di Stato americano John Kerry ed il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il governo siriano dovrà mettere fine alle operazioni di combattimento in specifiche aree sotto il controllo dell’opposizione.
Allo scadere dei canonici sette giorni di cessazione delle ostilità, Russia e Stati Uniti si sono impegnati a creare “un centro congiunto” per la lotta all’Isis ed al Fronte al-Nusra con l’obiettivo, ha spiegato Lavrov, di “separare i terroristi dall’opposizione moderata”.
In questo caso l'Italia ha nuovamente perso una grande occasione per porsi in rilievo nel fronte della gestione degli accordi internazionali, avrebbe infatti potuto prendere l'occasione di gestire i rapporti diplomatici onde evitare che si giungesse ad un non rispetto della sintonia sul cessate il fuoco in Siria, invece ancora una volta siamo rimasti inermi ad assistere da semplici spettatori all'evoluzione delle situazioni che, di fatto, ci dovrebbero interessare direttamente. Così quando l'America ha attaccato, per errore come ammesso dal Presidente americano Obama, un contingente di soldati fedeli a Bashar al-Assad scambiandoli per miliziani Isis, la guerra fredda fra Russia e Stati Uniti ha avuto un momento di criticità intenso con scambi di accuse fra le due massime potenze mondiali.
Unica figura uscita rafforzata nella sua potenza e valore internazionale è quella del Presidente russo Putin che ha fatto ben sentire la voce della Russia nello scenario non solo siriano ma internazionale.


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