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Terrorismo: paura o lotta?

di Marco Sarra (RC) -

Chi è un terrorista? La catena di attentati a Parigi, Nizza dello scorso 14 luglio, San Bernardino in California, Orlando in Florida nel mese di giugno, l’uccisione degli ostaggi nel ristorante di Dacca in Bangladesh, quelli di Bruxelles di marzo di quest'anno fino alla strage ultima di Berlino del 19 dicembre, infiamma il dibattito sul legame tra islam e terrorismo. Nonostante i contributi sulla definizione del primo si moltiplicano, la concezione di “terrorismo” viene invece quasi messa da parte quando invece dovrebbe essere ormai centrale nelle discussioni odierne, perchè, contrariamente a quanto si è portati a pensare, la figura del terrorista non dovrebbe essere come se fosse ormai erroneamente conosciuta da tutti.

Il terrore non ha un significato sconosciuto, se relagato in situazioni di guerra potremmo definirlo forse antico come la storia dell'uomo e dell'umanità; nei primi anni della civiltà, la guerra riserva al terrore uno spazio e un tempo precisi, il teatro della battaglia, chiamato da Thomas Schelling “il luogo dove ciascuno si sforza sistematicamente di ispirare terrore all’altro”.

Non facciamoci confondere da molteplici falsi luoghi comuni sul terrorismo, a partire dal fatto che sia usato solo dai fanatismi religiosi e non dalle democrazie; dall’identificazione del terrorismo come di un atto improvvisato di disperazione e, per finire, di rappresentare uno strumento usato solo dai “deboli” contro i “forti”.
La realtà dei fatti odierni, nella storia come nell’epoca contemporanea, racconta una storia molto più ampia nella sua stessa complessità.

Potremmo dire, senza facoltà di smentita, che è con l’uso del terrore al di fuori del campo di battaglia che nasce e si instaura l’idea di terrorismo, dove il terrore non è rivolto a infliggere danni e sofferenze fini a se stesse, ma si serve di queste ultime per ottenere altri obiettivi.

Il termine “terrorista” viene usato per la prima volta nella storia l’11 settembre, ma non come comunemente si potrebbe essere portati a rapportarlo solo nel 2001, ma dal 1794, quando venne pronunciata da François-Noël Babeuf, (noto anche come Gracco Babeuf) durante il “Terrore francese”, questo concetto ha lo scopo di modificare le intenzioni degli avversari non tanto attraverso la sofferenza inflitta, bensì grazie a quella latente. Possiamo quindi affermare che l’uso della violenza destituita di ogni fondamento e quindi ingiustificata non deve essere considerata con il termine “terrorismo”, in quanto il terrorismo rappresenta non un fine ma un mezzo per raggiungere scopi politici.

Abbiamo esempi molto antichi di guerre portate avanti con il sistema del terrore, ma tornando a fatti più vicini ai giorni nostri, possiamo dire che nell’epoca moderna furono gli Stati Nazionali, e in particolare quelli democratici, a usare e ipotizzare l’uso del terrore come arma; esempi ne abbiamo prima nelle guerre coloniali (l’aviazione britannica in Iraq nel 1920, quella francese contro le rivolte in Siria, Marocco, Algeria e quella italiana nella conquista di Libia e Etiopia) e in seguito anche nei combattimenti tra popoli europei.
Un atto terroristico, per definirsi tale, deve essere costituito da tre concetti basilari: un soggetto, una vittima e un sopravvissuto, vero destinatario del messaggio di violenza portato alla vittima.

Va considerato e smentito, inoltre, il falso luogo comune secondo cui il terrorismo è uno strumento usato solo dai deboli e in momenti di difficoltà; la storia ci insegna che anche anche durante la seconda guerra mondiale vi furono azioni compiute da una democrazia a difesa della libertà in un momento in cui gli alleati avevano un chiaro vantaggio. Un fattore preponderante fu l'attentato alle torri del World Trade Center quando l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti denunciarono di essere stati attaccati in tempo di pace, gli esponenti di Al-Qaida ribatterono che, se per gli americani quello era un periodo di pace, il Medio oriente era da anni in stato di guerra, occupato da forze militari statunitensi. In tema di percezioni differenti e con molta predisposizione al buonismo si potrebbe comprende come Al-Qaida con l’atto terroristico dell’11 settembre 2001 abbia avuto anche lo scopo di operare una redistribuzione della percezione di vulnerabilità e paura.

A livello teorico, gli stati hanno operato una cesura tra quello che è riservato esclusivamente alle organizzazioni statali e quello che invece è proibito fare ad altre organizzazioni private, squalificando di fatto tutti gli attori diversi dalle entità statali a usare il terrore a scopo politico. Il risultato di questa operazione di delegittimazione è che atti identici sono caratterizzati come “terrorismo” o meno, a seconda di chi li compie.

In quest'ottica, sia pure non certamente condivisibile, possiamo inquadrare anche la rivendicazione, da parte dello Stato Islamico dell'attentato di Nizza; dopo aver fatto sapere tramite l’Amaq News Agency che, «secondo fonti interne», l’autore della strage sulla Promenade des Anglais sarebbe stato «uno dei soldati dello Stato islamico», Daesh ha diramato la notizia tramite il notiziario dell’emittente radiofonica Bayan Radio aggiungendo un nuovo avvertimento: i “Crusader states” non sono al sicuro dai propri combattenti.

Continuo a pensare che anche gran parte delle responsabilità nelle tematiche politiche estere, siano da ricongiungere alla cecità e all'indifferenza con cui gli Stati occidentali non si sono interessati per anni ai fatti che accadevano in Medio oriente, fin dalle prime dimostrazioni delle Primavere Arabe abbiamo sempre pensato che tutto ciò fosse un discorso relegato alle popolazioni che vivevano in quelle zone e che in qualche modo l'occidente e l'America avrebbero sempre potuto controllare in qualsiasi momento; mentre invece la non conoscenza proprio dei conflitti ideologici quanto dei fattori oggettivi, luoghi, popoli e territorio ci hanno fatto trovare totalmente impreparati ed indifesi davanti all'evolversi di determinate situazioni, che si sono allargate non solo a concetti politici ma hanno assunto anche valori religiosi ed integralistici che oggi muovono reazioni contro il mondo occidentale in gran parte sorpreso da eventi terroristici e da come contrastarli.

La stessa guerra in Siria ci dimostra come una rivolta pacifica iniziata nel 2011 contro il potere di Assad, ha finito poi per coinvolgere Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Iran e Turchia in un conflitto che in questi giorni devasta la città di Aleppo che oggi conta almeno la morte di 300mila persone, in una antitesi per cui una minoranza oggi vincitrice ha cacciato milioni di siriani dal loro paese. l’Iran sciita, quindi, è intervenuto con forza perché la famiglia Assad appartiene alla corrente alawita dello sciismo, mentre il 60 per cento dei siriani è sunnita.
Le due fazioni Sciite e Sunnite dell’islam e i loro rappresentanti si sono ritrovate una contro l’altra in Siria, ed è in questo quadro che i sunniti iracheni, ricordiamo la loro estrazione di ex ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein, si sono alleati agli estremisti islamici sunniti della Siria per formare il gruppo Stato islamico (Is), che doveva essere l’embrione di un nuovo stato sunnita a cavallo tra la Siria e l’Iraq.

Tutto il Medio Oriente è stato destabilizzato dal conflitto siriano, e anche l’Europa è stata stravolta dall’afflusso di profughi sulle sue coste e dalla moltiplicazione di attentati jihadisti nei paesi dell’Unione Europea. La guerra in Siria ha assunto una dimensione internazionale perché Bashar al Assad, per difendere il potere ha risposto militarmente all'insurrezione, ma il fatto che le potenze mondiali abbiano trattato differentemente la situazione, prima definendolo un dittatore efferato, oggi invece un Capo di Stato da aiutare è l'emblema del caos istituzionale ed ideologico che ci ha portato una situazione di destabilizzazione anche di quelle che erano le nostre certezze.
In questo caos si è sfiorata la terza guerra mondiale, quando la Russia è intervenuta in favore di Assad e del Governo di Damasco e l'America invece in difesa dei ribelli, tutte e due le potenze però concordavano solo sul fattore di distruzione dello Stato Islamico. Questa antitesi è ancora formalmente non risolta al giorno d'oggi.

Vero è che nell'attuale situazione, al momento, l'Is ha perso molti dei territorii conquistati, ma la situazione sociale in Siria è in pieno caos, i curdi stanno pensando di unificare le proprie forze e i loro territori nella parte nord del paese, quella zona di frontiera in cui risiedono le popolazioni curde turche che sono ancora in piena rivolta contro Ankara. Tutto questo ha portato anche il vero dittatore turco Recep Tayyip Erdoğan, per paura di perdere il controllo militare e governativo a pensare di schierarsi per un intervento al fianco della Siria contro i curdi portandosi però anche l'appoggio degli Stati Uniti.

Ma il male non viene solo dall'altra parte del mondo, viene anche al nostro interno e quindi la domanda che ci assale diventa questa: Come difendersi da un male che è nato nel cuore dell'Europa stessa? Già dopo i fatti di Parigi e poi di Nizza l'Europa sembrava decisa a rivedere il trattato di Shengen sulla chiusura delle frontiere e i fatti ultimi di Berlino hanno forse rinforzato questa convinzione, ma sembrerebbe inutile visto che la maggior parte degli attentatori in Francia, in Belgio e in Germania sono nati e cresciuti in Europa, fanno parte della seconda generazione di immigrati reclutati dall'Isis in patria e, all'apparenza, sembravano integrati nel contesto sociale, oggi si è portati a credere che invece siano cellule dormienti, testimonianza che si avvale anche del fattore che questi personaggi hanno mantenuto sempre un cordone ombelicale con i territori di origine e i frequenti viaggi nei loro paesi lo dimostrano.
Ecco perchè, in conclusione, l'Europa e i paesi che la compongono non sanno cosa fare, che decisone prendere, come reagire e questo caos riflette tutta la nostra impreparazione informativa passata che oggi ci rende deboli ed indifesi; ma i nostri cittadini, la popolazione europea chiede una reazione decisa e ferma e questo sta mettendo i Governi uno contro l'altro in una forte antitesi sociale ed ideologica che mina fortemente la stessa UE.


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