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Land Grabbing in Africa

di Marco Sarra - 

Quando parliamo di immigrazione e ci lamentiamo perchè il fenomeno ha assunto le vere e reali dimensioni di un'invasione, dobbiamo anche chiederci se e quali siano le nostre colpe. E' possibile fare effettivamente qualcosa nei loro territori per migliorare il loro status di vita ed evitare, o meglio far si, che fuggire sia meno conveniente che restare?
Non è solo una questione di propaganda mediatica per cui far leva sulle guerre e sulle morti sia più agevole che cercare le vere cause che portano ad una lenta ma inesorabile fuga dalla terra natia pur di trovare altrove sbocchi che in realtà poi diventano prigioni.

A partire dal secolo scorso, il processo di globalizzazione, che ha influenzato le economie e i mercati di diversi Paesi a livello globale, ha creato le condizioni favorevoli per la nascita del fenomeno della ‘rapina di terre’, altrettanto definito come land grabbing. Le risorse naturali sono diventate, nel ventunesimo secolo, il focus di una competizione crescente, competizione dovuta all’aumento di domanda di acqua, cibo ed energia. Infatti dalla seconda metà della prima decade di questo secolo c’è stato un notevole aumento degli investimenti in agricoltura, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, investimenti alla ricerca di terre disponibili, lavoro a basso costo e un clima favorevole. La diffusione del modello economico capitalista e lo sviluppo di un sistema di delocalizzazione della produzione agricola hanno ulteriormente favorito la manifestazione di dinamiche di land grabbing in diverse regioni.

Cosa si intende con la definizione di "land grabbing? Per land grabbing si intende un recente fenomeno socio-economico per cui multinazionali estere e governi stranieri acquisiscono il controllo, tramite acquisto, leasing e utilizzo di fondi sovrani, di vasti terreni non coltivati in Paesi diversi da quelli di origine. E' un fenomeno solo aficano e ristretto a quel territorio? Decisamente no, i continenti più colpiti dal fenomeno sono America Latina, Africa, Asia Centrale e Sud-est asiatico.
La corsa alla terra non è un fenomeno nuovo, ma gli aspetti dell’attuale trend sono, però, differenti dal passato, come ad esempio i fattori che hanno dato origine a questa corsa, che sono una combinazione di elementi nati dalla crisi finanziaria, energetica ed alimentare, oltre che climatica.

Ad iniziare dalla crisi finanziaria del 2008, con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari essenziali, il land grabbing è cresciuto esponenzialmente. Si è verificata quindi la necessità di ottenere una grande vastità di terreno coltivabile per garantire la sicurezza alimentare della propria popolazione che è diventata una delle preoccupazioni fondamentali per Paesi come la Russia, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, ma anche di altri importanti attori sulla scena economica mondiale quali Cina, India e Emirati Arabi.
Gli stati che geograficamente non hanno vastità di terre coltivabili, come ad esempio l’Arabia Saudita, quelli densamente popolati come il Giappone e quelli emergenti, come la Cina, che devono far fronte al costante incremento della domanda interna di prodotti alimentari, da tempo hanno incominciato ad affittare e a comprare terreni all’estero per coltivarli e soddisfare così il fabbisogno nazionale di cibo. Tra i privati, le richieste provengono invece soprattutto dalle industrie produttrici di biocarburanti che necessitano di immense estensioni di terra per coltivare palme da olio, mais, colza, girasole, canna da zucchero e altre specie vegetali dalle quali ricavano il carburante alternativo ai prodotti petroliferi.

Dunque la terra e i prodotti alimentari, negli ultimi anni, rappresentano un nuovo investimento, con un rendimento fino al 25%.
Alcune cifre rendono un’idea dell’entità del fenomeno. Per quanto è dato sapere, il governo e le imprese private della Corea del Sud sono proprietari di almeno 2.306.000 ettari di terre all’estero. Seguono la Cina, con 2.090.796 ettari, l’Arabia Saudita, con 1.610.117 ettari, gli Emirati Arabi Uniti, con 1.282.500 ettari, il Giappone, con 324.262 ettari. Senza dimenticare gli U.S.A.con ben 6.515,676 ettari.
Nonostante il land grabbing si manifesti con maggiore o minore intensità in diversi continenti, l’Africa risulta attualmente una delle aree più interessate dal fenomeno.

Il fenomeno presenta un profondo impatto sulla vita economica e sociale delle popolazioni africane. Gli agricoltori locali spesso cedono per pochi dollari i propri terreni o vengono da questi espropriati mediante azioni di forza da parte del governo centrale. Altrettanto rilevante è il ruolo ricoperto dalle grandi compagnie nazionali che, con l’appoggio dei governi locali, investono in questo genere di attività.
Questo si traduce in un generale impoverimento della popolazione dei Paesi ospitanti, dove la terra costituisce, da sempre, una delle principali fonti di reddito. Gli introiti provenienti dalle piantagioni oggetto del land grabbing sono incamerati dalle società che controllano il terreno e, dunque, non garantiscono una forma adeguata di reddito per la popolazione locale. Ma vi è poi anche il problema dei mancati investimenti dovuti a falimento sia dei progetti, in quanto frutto di valutazioni errate, sia per i fallimenti delle aziende stesse investitrici, casi in cui la terra viene lasciata abbandonata.

L’Africa sembra avere a disposizione grandi quantità di terreno apparentemente non sfruttate dalla popolazione rurale (FAO, 2011), le quali possono vantare su di esse solo diritti consuetudinari, difatti, secondo la Banca Mondiale, soltanto tra il 2 e il 10% della terra in Africa è posseduta sulla base di diritti riconosciuti (Deininger, 2003).
In realtà, poi, per quanto riguarda l’Africa, le previsioni sono apocalittiche. Rights and Resources Iniziative, una coalizione internazionale di Ong, ha pubblicato nel febbraio del 2012 i risultati di una ricerca condotta in 35 stati africani secondo la quale la maggior parte degli 1,4 miliardi di ettari di terre rurali africane, dai quali dipende la sopravvivenza di almeno 428 milioni di contadini poveri subsahariani, non risultano proprietà di nessuno, a disposizione dei governi che possono servirsene a loro discrezione, approfittando di sistemi di proprietà lacunosi e del potere di cui così spesso fanno cattivo uso.

Dall’indagine risulta inoltre che soltanto nove dei 35 stati considerati prevedono norme e leggi a reale tutela dei diritti fondiari dei cittadini. Ma anche in quei paesi le leggi per lo più non vengono rispettate e di rado comunità e individui vengono coinvolti nelle trattative di vendita e affitto, persino nel caso in cui si tratta di terre registrate come proprietà privata.
Quando ci si chiede in che modo si possa intervenire su fenomeni come quello dell'immigrazione in cui disperati cercano "terre promesse" inesistenti, bisogna anche tener ben presenti questi concetti e questi dati; una politica internazionale corretta dovrebbe e potrebbe aiutare molto i Governi di questi territori, un'informazione adeguata aiuterebbe a far si che i proprietari delle terre non si facciano ingolosire da pochi dollari per vendere le loro proprietà; ecco che quindi se si volesse guardare al fenomeno nella sua globalità, senza far leva sulla pancia della gente con scuse umanitarie costruite solo sulla guerra e sui morti, allora si potrebbe guardare il problema nella sua totalità, la fame che quelle popolazioni subiscono per colpa dei Paesi industrializzati e di Governi senza scrupoli, sono altrettanto fattori importanti forse anche più che le guerre ristrette a pochissime zone centrali e di limitata portata.

Eppure in Italia si fanno fiumi di trasmissioni pensando solo al margine del problema, con invitati più folkloristici ed ignoranti che gente veramente preparata e che possa fornire una visione più ampia e a largo spettro. Per non parlare poi dei politici che vanno nelle trasmissioni di talk show ampiamenti impreparati rispetto alle dinamiche e alle problematiche vere del discorso ma litigano fra loro con concetti inesistenti che aggravano ancor di più il già problematico significato sulla percezione e lo stress delle popolazioni chiamate a subire l'immigrazione incontrollata e massiva.
Ancora in Italia si fanno seminari sull'Africa che poi però non portano mai a dati o decisioni concrete, ci si confronta più per cercare di confondere l'opinione pubblica volendo dimostrare un minimo di lavoro ma tradotto poi in pratica non si è mai prodotto un risultato che si possa ritenere soddisfacente. Basta tavoli di discussione in Italia o in altri Stati Europei, si facciano proposte concrete e si agisca sul territorio africano, si prendano in esame eventuali aiuti a quei Governi africani che non riescono a gestire l'enorme problematica anche per la scarasa preparazione culturale; insomma è ora che si mettano in atto politiche concrete volte alla risoluzione dei problemi se si vuol far uscire l'Italia dal giogo di questa immigrazione selvaggia, solo in questo modo nel termine di qualche anno si potrebbe riuscire a vedere finalmente l'inversione di questa immigrazione e nel frattempo si mettano in pratica anche politiche di sostegno al popolo italiano ormai non solo sfiduciato ma anche disarmato di fronte ad una invasione che sentono come giusta minaccia per loro stessi, ma da cui non vedono da parte del Governo italiano uno straccio di proposta di soluzione se non una presenza massiva e sempre in aumento di disperati senza arte ne parte che non trovano di meglio che commettere reati, o nel peggiore dei casi una forte presenza da cui le organizzazioni criminali organizzate possono attingere nuova forza vitale e per giunta sconosciuta allo Stato italiano.


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